Fino a quel momento in Africa si può dire che esistevano solo insediamenti commerciali essenzialmente costieri, sui quali battevano le bandiere inglesi, spagnole, francesi, portoghesi e boere. Ma nello spazio di poco più di due decadi, di libero dall'influenza europea non vi fu quasi più nulla: restavano in pratica solo la Libia, l’Etiopia e il Marocco, quest’ultimo peraltro diventato già nel 1911 protettorato francese, mentre l’Etiopia, come sappiamo, si dimostrò osso assolutamente troppo duro per le ambizioni coloniali di una nazione totalmente impreparata a questa impresa come fu l’Italia ai tempi della cocente sconfitta di Adua.
Per inciso, vorrei a questo punto cogliere l’occasione per “liberare” il fascismo dall'accusa di velleitarismo colonialista: se è pacifico che il “posto al sole” fu fortissimamente voluto da Mussolini, è anche vero che non è certamente a quest’ultimo che si deve ascrivere la responsabilità primigenia della partecipazione italiana alla più clamorosa opera di scempio di risorse naturali, materiali e umane che l’Africa ebbe a subire in tutta la sua storia e che, come ho detto, si concentrò negli ultimi 20 anni del XIX secolo. Il colonialismo italiano non nasce con il fascismo ma con Umberto I e prosegue con Vittorio Emanuele III quando il Duce (o presunto tale) non era affatto comparso sulla scena politica. Mussolini ebbe semplicemente la “colpa” di riuscire dove in precedenza altri avevano fallito.
Ma torniamo ai fatti del 1911.
In verità a quell'epoca la Libia non era affatto una nazione autonoma, essendo a tutti gli effetti territorio d’oltremare turco. Ma questo non spaventò certo il governo italiano, che riteneva di poter prendere facilmente con la forza ciò che con la diplomazia non si era riusciti ancora a ottenere nonostante una serie di iniziative portate avanti con il consenso più o meno tacito delle “vere” grandi potenze europee.
Una convinzione, quella che la partita sarebbe stata facile, che alla prova dei fatti sarebbe stata duramente smentita.
Giolitti infatti, per minimizzare costi e perdite dell’impresa militare, aveva ordinato ai militari di prendere possesso delle zone costiere ma di non spingersi più di tanto nell'interno. I presupposti di questa decisione sono da individuarsi essenzialmente in questioni di politica interna più che di diplomazia: sin dal precedente periodo in cui era stato al governo, Giolitti aveva impostato una serie di riforme sociali e economiche tese a incentivare i consumi e a favorire lo sviluppo dell'industria pesante, il tutto al fine di diminuire il gap fra l'Italia e le nazioni europee più sviluppate. Tutto questo, però, comportava la necessità di barcamenarsi fra le istanze della sinistra in tema di giustizia sociale e le ambizioni della nascente classe imprenditoriale. Il III (1906-1909) e il IV governo Giolitti (1911-1914), quindi, furono caratterizzati da intrinseche contraddizioni e da una linea politica che non poteva certo dirsi caratterizzata da un ben preciso percorso ideologico. E' in questa chiave di lettura che possono inquadrarsi e spiegarsi atti apparentemente contraddittori, come per esempio la concessione del suffragio universale (ancorché solo maschile), già richiesto a gran voce dalle sinistre, ma anche la guerra contro la Turchia, che andava incontro ai velleitarismi nazionalistici della destra: non dobbiamo peraltro dimenticare che Trento e Trieste erano ancora austroungariche e che in Italia molte forze politiche soffiavano sul fuoco del revanscismo e credevano - probabilmente non a torto - che solo una nazione dotata di prestigio imperiale potesse aspirare a soddisfare i suoi aneliti irredentistici.
Tuttavia, la mancanza di una vera e propria consolidata e matura coscienza nazionale non consentiva alla politica di agire con tutta la necessaria determinazione nei mutevoli scenari dei rapporti con le grandi potenze europee, fra le quali l'Italia era pur sempre il classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro: questa perdurante debolezza rappresentò una costante sino all'avvento del fascismo.
Non deve quindi stupire - anche se questo non vuol dire essere d'accordo - che l'impresa libica fu affrontata con una certa circospezione sia dai militari sia dai politici. Una ipotetica seconda Adua avrebbe distrutto irrimediabilmente quel poco di credibilità che l'Italia possedeva allora a livello internazionale.
Altro fattore rilevante nel determinare il tipo di approccio alle operazioni in Libia era certamente la questione della reale affidabilità dello strumento militare italiano sia terrestre sia marittimo, che ancora risentiva delle ferite di Lissa, che pochi anni prima aveva dato pessima prova di sé in Etiopia e in Eritrea, e che dimostrava un livello di preparazione complessivamente mediocre oltre alla mancanza di una dottrina strategica di largo respiro. Non che ci sia da stupirsi, del resto, visto che una chiara visione globale - con le uniche lodevoli eccezioni di Douhet e Mecozzi - non fu mai un punto di forza del Regno d'Italia prima e della Repubblica italiana poi, sino ai giorni nostri...
Comunque, ciò premesso, è abbastanza facile immaginare a quali conseguenze - dal punto di vista strettamente strategico - dovette portare la decisione di avanzare in Libia con i piedi di piombo, decisione presa in contrasto con qualsiasi elementare norma di dottrina militare, per non parlare di quanto fosse in contrasto con il semplice buon senso.
Sta di fatto che l’esercito turco, appoggiato dalle bande tribali di irregolari che l’insipienza italiana non era stata capace di portare preventivamente dalla propria parte attraverso la diplomazia e, perché no, anche tramite la corruzione, dicevo, sta di fatto che i turchi si ritirarono virtualmente indisturbati nell’interno del paese e dopo essersi riorganizzati arrivarono a circondare e a volte anche assediare le località conquistate dagli italiani, trasformando il conflitto da un tipico scontro fra eserciti regolari (come era inizialmente) alla più classica delle guerriglie asimmetriche in pieno stile afgano, guerriglia in cui berberi e arabi erano maestri e avevano per giunta il vantaggio della perfetta conoscenza del terreno oltre a poter disporre di linee logistiche di rifornimento che gli italiani non avevano saputo - o potuto - interrompere, sia lungo il confine tunisino sia - addirittura - tramite il porto di Misratah, la cui occupazione era stata inspiegabilmente trascurata da parte nostra.
Ultimo fattore, peraltro, che nessuno a Roma sembrò prendere in considerazione, fu il prevedibile richiamo alla Jihad contro l'invasore infedele (siamo alle solite) che Istanbul seppe sfruttare benissimo a livello propagandistico, tanto che arabi e berberi continuarono autonomamente la lotta armata contro gli invasori italiani anche dopo la cessazione formale delle ostilità fra Italia e Turchia, lotta che terminò virtualmente solo nei primi anni '30 del XX secolo dopo una serie di alterne vicende anche molto sanguinose.
Tutto questo ci insegna ancora una volta una lezione mai sufficientemente compresa, e cioè che quando si decide di dar voce alle armi la politica deve concepire, e dichiarare esplicitamente ai militari, quelli che devono essere gli obiettivi strategici della guerra, ma deve lasciare il più possibile mano libera ai militari per quanto riguarda i modi e i tempi con cui tali obiettivi devono essere raggiunti.
Quando questo non succede e si permette ai politicanti di esercitare la loro miopia in campo strategico, il disastro è dietro l'angolo: vedasi – appunto – il caso libico di cui stiamo parlando, oppure la guerra del Vietnam (altro esempio di scuola), oppure l’odierno conflitto afgano, e così via.
Lao Tzu diceva che l’esercito migliore è quello che vince senza bisogno di combattere. Sono d’accordo. Ma quando si arriva a combattere, l’unico modo logico di condurre una guerra è cercare di arrecare più danni possibili al nemico nel più breve tempo possibile, e “se possibile” minimizzare le proprie perdite, ma accettando anche un alto tributo di sangue se non se ne può fare a meno.
La guerra non è uno sport e nemmeno un gioco per signorine.
E i turchi, che signorine non erano, almeno per quanto riguarda le forze di terra, non si dimostrarono né meno preparati né peggio equipaggiati (i loro fucili Mauser mod. 1890 erano, per esempio, ben superiori ai corrispondenti mod. 91 italiani e a livello di artiglierie avevano ottimi cannoni Krupp mod. 1903 da 75 mm a tiro rapido) e né meno organizzati di qualsiasi corrispondente moderno esercito europeo, e se ne ebbe la prova anche qualche anno dopo, quando persino inglesi e francesi presero una sonora sportellata sui dentini a Gallipoli.
Questi dunque erano i presupposti della campagna libica, che deve essere considerata significativa essenzialmente perché fu il primo complesso di operazioni di vasto respiro in cui venne utilizzata compiutamente la terza dimensione, ovvero l’arma aerea. E deve essere considerata una fortuna, per gli italiani, che fosse stato deciso di aggregare al corpo di spedizione alcuni dirigibili, che si dimostrarono utilissimi nell’osservazione, e una squadriglia di Bleriot, che, pur nella estrema limitatezza delle loro prestazioni, fornirono valido apporto nell’opera di ricognizione e di osservazione aerea e ottennero i primi embrionali risultati nel campo dell’appoggio tattico, con i primi esempi di bombardamento aria-terra fatto con rudimentali ordigni derivati da bombe a mano.
Quando questo non succede e si permette ai politicanti di esercitare la loro miopia in campo strategico, il disastro è dietro l'angolo: vedasi – appunto – il caso libico di cui stiamo parlando, oppure la guerra del Vietnam (altro esempio di scuola), oppure l’odierno conflitto afgano, e così via.
Lao Tzu diceva che l’esercito migliore è quello che vince senza bisogno di combattere. Sono d’accordo. Ma quando si arriva a combattere, l’unico modo logico di condurre una guerra è cercare di arrecare più danni possibili al nemico nel più breve tempo possibile, e “se possibile” minimizzare le proprie perdite, ma accettando anche un alto tributo di sangue se non se ne può fare a meno.
La guerra non è uno sport e nemmeno un gioco per signorine.
E i turchi, che signorine non erano, almeno per quanto riguarda le forze di terra, non si dimostrarono né meno preparati né peggio equipaggiati (i loro fucili Mauser mod. 1890 erano, per esempio, ben superiori ai corrispondenti mod. 91 italiani e a livello di artiglierie avevano ottimi cannoni Krupp mod. 1903 da 75 mm a tiro rapido) e né meno organizzati di qualsiasi corrispondente moderno esercito europeo, e se ne ebbe la prova anche qualche anno dopo, quando persino inglesi e francesi presero una sonora sportellata sui dentini a Gallipoli.
Questi dunque erano i presupposti della campagna libica, che deve essere considerata significativa essenzialmente perché fu il primo complesso di operazioni di vasto respiro in cui venne utilizzata compiutamente la terza dimensione, ovvero l’arma aerea. E deve essere considerata una fortuna, per gli italiani, che fosse stato deciso di aggregare al corpo di spedizione alcuni dirigibili, che si dimostrarono utilissimi nell’osservazione, e una squadriglia di Bleriot, che, pur nella estrema limitatezza delle loro prestazioni, fornirono valido apporto nell’opera di ricognizione e di osservazione aerea e ottennero i primi embrionali risultati nel campo dell’appoggio tattico, con i primi esempi di bombardamento aria-terra fatto con rudimentali ordigni derivati da bombe a mano.
Per quanto riguarda le operazioni terrestri non è il caso di addentrarsi in dettagli, poiché esse furono rare e di respiro eminentemente tattico: gli stati maggiori, del resto, sapevano benissimo che la battaglia decisiva non si giocava fra le sabbie del deserto ma in tutt'altro luogo, e cioè nel mare dei Dardanelli, del Dodecanneso e del mar Rosso, e i protagonisti principali non sarebbero stati i fanti ma i marinai. E così fu.
A tal proposito, vale la pena di sottolineare che proprio nell'Egeo gli stati maggiori italiani seppero volgere a proprio favore la tradizionale avversità delle popolazioni di stirpe greca nei confronti dell'occupatore turco, garantendosene quindi il favore e la collaborazione. Cosa che, come abbiamo visto, non riuscì affatto sul teatro operativo libico in cui le pastoie della politica si erano fatte sentire negativamente sin dall'inizio delle operazioni.
Del resto, che la classe politica italiana dell'epoca fosse sostanzialmente impreparata a gestire un processo storico epocale come il colonialismo, è cosa ormai nota e dimostrata da miriadi di esempi di insipienza e dilettantismo. Ne cito uno per tutti, ovvero la pazzesca ipotesi, avanzata negli ultimi anni del XIX secolo, di... muover guerra addirittura al Brasile (!). Una cosa allucinante, di cui poco o nulla si sa al di fuori dei circoli degli appassionati di storia militare. Ma di questo misconosciuto risvolto della storia italiana sarà proprio il caso di parlare un'altra volta.



Nessun commento:
Posta un commento